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Granarolo

Il BIO a scuola

Un'alimentazione sana e naturale, anche a scuola.
Molti ancora non lo sanno ma è possibile esigere che le mense scolastiche offrano cibo certificato e sicuro, cibo "bio". Una normativa del 1999 (legge 23 dicembre 1999 n. 488) impone, infatti, che gli alimenti destinati all'infanzia siano esenti da residui di fitofarmaci.

Ma quando sono nate le mense bio?

E' il comune di Cesena che può vantare la primogenitura delle biomense: la sperimentazione, infatti, fu iniziata nel 1986. Negli anni '90 la cultura del biologico ha visto una rapida diffusione e grazie sia alla sensibilità di alcune amministrazioni locali, sia alle richieste dei genitori che volevano garanzie sulla qualità degli alimenti consumati dai propri figli, in una decina d'anni un migliaio di comuni di piccole e grandi dimensioni (tra cui Roma, Milano e poi anche Trento, Venezia, Padova, Bologna, Parma, Ravenna, Firenze, Campobasso, Napoli, Lecce, Matera, Potenza, Palermo, Oristano...) hanno scelto la via della mensa biologica.
E nel 2000 le mense scolastiche biologiche sono quasi raddoppiate, arrivando a 199 contro le 107 del '99. Dai dati pubblicati da Bio Bank risulta che le centinaia di "biomense" italiane sono concentrate in particolare al Nord (151) e al Centro (37), il Sud e le Isole ne contano 11.
Ed è l'Emilia-Romagna la regione leader, con 55 mense bio, seguita da Veneto (25), Friuli VG (23) e Lombardia (19).
Le modalità con cui è avvenuta e avviene l'introduzione degli alimenti biologici nella refezione scolastica sono diverse: a volte si parte da microprogetti che coinvolgono singole scuole, altre volte sono le amministrazioni comunali a imporre il biologico alle aziende di ristorazione, in altri casi, infine, sono i genitori a curare direttamente l'approvvigionamento dei prodotti.

Ma cos'è, in sintesi, che rende una mensa scolastica biologica? E come scegliere una biomensa di qualità?

Secondo la Finanziaria 2000 le mense scolastiche devono includere nelle diete giornaliere l'utilizzazione di prodotti tipici, tradizionali, biologici e a denominazione protetta, tuttavia solo 410 degli oltre 8.000 comuni italiani offrono pasti biologici e non tutte le componenti del pasto sono "certificate". Nella realtà quindi, la percentuale di alimenti bio presenti in un pasto variano dal 15 al 75 per cento e difficilmente è totale. E la diffusione del biologico, al momento, è sostenuta solo da alcune regioni italiane (Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e Marche) che hanno emanato leggi regionali per rendere operante a livello locale le direttive della Finanziaria 2000. Gli indicatori della qualità della mensa non si limitano, tuttavia, al numero di alimenti "certificati" offerti in un pasto ma coinvolgono l'intero contesto del servizio.
L'adesione al bio, infatti, non è semplicemente una scelta nutrizionale ma anche etica e si accompagna a specifiche attività di educazione alimentare nella scuola e in famiglia, alla periodica revisione del menu che deve, preferibilmente, vedere una minor presenza di proteine animali prediligendo verdure, legumi, pesce e cereali integrali.
E non è di secondaria importanza la comunicazione con genitori e studenti: un feed-back costante sul livello di soddisfazione di alunni, famiglie e insegnanti è uno strumento indispensabile sia per monitorare e migliorare le loro abitudini alimentari sia per adeguare, alle esigenze specifiche, il menu. Anche l'individuazione di un referente chiaro e univoco per la discussione di eventuali problemi è un elemento di qualità e trasparenza del servizio.
La mensa biologica, infatti, non deve semplicemente essere una soluzione per tutelarsi da pesticidi, i quali sono pericolosi soprattutto durante le delicate fasi della crescita, e dagli OGM, ma deve rappresentare un'educazione al recupero di valori, tradizioni e sapori.

Legge Finanziaria del 2000 (art 59, legge 488/1999)
"Per garantire la promozione della produzione agricola biologica e di qualità, le istituzioni pubbliche che gestiscono mense scolastiche ed ospedaliere prevedono nelle diete giornaliere l'utilizzazione di prodotti biologici, tipici e tradizionali nonché di quelli a denominazione protetta, tenendo conto delle linee guida e delle altre raccomandazioni dell'Istituto nazionale della nutrizione. Gli appalti pubblici di servizi relativi alla ristorazione delle istituzioni suddette sono aggiudicati ai sensi dell'articolo 23, comma 1, lettera b, del decreto legislativo 17 marzo 1995, n.157, e successive modificazioni, attribuendo valore preminente all'elemento relativo alla qualità dei prodotti agricoli offerti".

Aggiornamento al 16/02/2009 >>